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venerdì 10 ottobre 2025

Sfoghi letterari

 Credo di avere una necessità di scrittura questa sera.
Madonna del Rosario


Per me scrivere significa appoggiare su un letto di parole il mio sentire dopo una giornata particolarmente pesante o intensa di vicissitudini.
Ti sembra che vada tutto bene, naturalmente si fa per dire, e poi incominciano a pervenire notizie, situazioni e vicende che ti abbassano il morale. Arrivi a sera e c'è l' hai così basso che vorrebbe cercare un bonsai per impiccasi(è una frase di Baglioni questa).

Poi, sei "costretto" a partecipare a un funerale, mestizia che avresti tranquillamente evitato in questo giorno e ti raccontano di come possa essere strana la fine di una persona.
Alcuni la chiamano " morte santa" quando si è chiamati senza preavviso e quasi dolcemente e te ne vai in punta di piedi senza dare troppo "fastidio" come si usa dire dalle mie parti. Con l' ultimo bacio alla Vergine, si quella del Rosario.
" A  Te l' ultimo bacio della vita che si spegne" recita la Supplica alla Vergine di Pompei evidentemente così deve essere stato .
Un altro si è tolto il berretto davanti all' inevitabile. Perché ci sono cose che non puoi controllare né prevedere e che puoi soltanto accogliere senza lamentele e senza strepiti.
E così, stasera,  mi ritrovo a comporre queste righe sul divano, sotto una luce tenue, malinconica anche lei, col mio gatto sulle gambe. Lui non è malinconico, lui non si fa poi tanti problemi, basta una ciotola di cibo, un po' d' acqua, la copertina e ogni tanto una mia piccola carezza. Per lui va bene così, non si preoccupa del futuro, di qualcosa che ancora non esiste. Vive e basta, se lo fa bastare.
Ammetto che a volte lo invidio!

domenica 7 marzo 2021

Morte , vita e mensa benedetta

 Tutto è in equilibrio,



Strano ma se ci facciamo caso, se solo ci fermiamo un attimo a riflettere sulla nostra esistenza, ci rendiamo subito conto di quanto siamo legati alle vicende del Cosmo, e di come tutti gli esseri viventi siano interconnessi tra loro. Anche questa strana pandemia che così tanto ha modificato le nostre abitudini, in realtà dovrebbe farci comprendere quanto sia precario il nostro esserci, qui, in questo momento. Eppure non ci facciamo caso, continuiamo a vivere da “immortali” come se non dovessimo anche noi ritornare a pianeta, al Cosmo. Siamo fatti di Cosmo, eppure non c’è ne preoccupiamo.
Ma non sarà questo un pensiero ecologista in senso stretto, quanto più una considerazione sul nostro rapporto con gli altri esseri viventi che ci esistono intorno e che in qualche maniera diretta o più blanda entrano nella nostra esistenza, e diventano parte di noi e della nostra vita.
Noi siamo fatti di questo pianeta, le nostre molecole ne sono piene, siamo immersi profondamente in esso e non solo perché lo abitiamo ma anche e soprattutto perché è lui ad abitarci a darci il supporto biologico per la nostra vita. Ci nutriamo del pianeta e tutto quello che noi siamo proviene da qui, dalla terra, dall’ acqua attraverso un processo continuo di vita e di morte. Ci nutriamo di esseri viventi, non ci pensiamo e per farlo dobbiamo per forza causare la morte di altri esseri. Che siano animali o piante poco importa sono esseri viventi ai quali dobbiamo togliere la vita per renderli commestibili e farli entrare nel nostro corpo.
Nessuno fa mai questa considerazione, ma realmente siamo il risultato del sacrificio esistenziale di altra vita e tutto viene sempre fatto in maniera cruenta inevitabilmente. Un animale deve essere ucciso, con spargimento di sangue, un cavolo deve essere reciso con una lama, una carota estirpata dalle sue radici.
Oramai è pensiero comune che tutto avvenga sempre con una certa forma di crudeltà e di dolore. Certo nel caso degli animali la cosa è più visibile, perché non possono essere uccisi con una sostanza chimica che li renderebbe non commestibili, però pare che anche i vegetali abbiamo, se pure in una forma diversa, la percezione del dolore seppure sprovvisti di un sistema nervoso.
Qui nasce un problema forse etico, forse morale o religioso e cioè se sia giusto in qualche modo, procurare dolore per la sopravvivenza di altri. In natura tutto ciò che è vivo deve la vita alla morte altrui, perciò siamo portati a pensare che sia normale e continuiamo a mangiare noncuranti di nulla, ma io non sarei così sicuro perché c’ è una dimensione che non consideriamo.
Il dolore non è qualcosa di semplicemente fisico e basta infatti anche nel parlato usiamo delle espressioni che richiamano una dimensione extra fisica, utilizziamo la parola “male” per indicare una sofferenza di qualsiasi tipo. “sto male!” una frase che utilizziamo sia per il fisico che per l’ anima e che richiama una dimensione spirituale. Il dolore porta sempre con sé una componente che sopravvive perché in qualche modo trascendente. Questa componente resta in quello che mangiamo, senza volerlo entrerà in noi. La morte di un essere vivente non può essere senza conseguenze, le porta con sé e in noi.
Rileggendo il vangelo riflettevo su un passo che ho trovato strano. Prima della consacrazione del pane Lui lo benedí. Che senso avesse questo rito se stava per compiere qualcosa di più grande con la consacrazione? Credo che la risposta sia proprio in questo, il pane offerto doveva essere prima mondato.
Così anche per noi che tutti i giorni immettiamo in noi il cibo oltre a ringraziare per questa provvidenza dovremmo benedirlo, perché il Bene possa scacciare quel male che inevitabilmente abbiamo causato troncando una vita. La benedizione delle vivande non è solo un rituale di ringraziamento, è anche un atto curativo e un modo per prenderci cura di noi stessi.
Non abbiate paura può farci soltanto del Bene.